A causa di una profonda ristrutturazione dovuta alle dimissioni del gruppo dirigente del PRC di Alatri ed allo scioglimento del Circolo " Peppino Impastato", la redazione del blog per alcuni giorni sospenderà la pubblicazioni di articoli, notizie, post etc. etc. In attesa della necessaria riorganizzazione che porterà il blog ad avere anche un nuovo nome, vogliamo ringraziare tutti i lettori ed i simpatizzanti che hanno contribuito a fare di questo spazio virtuale un luogo di confronto aperto ed un'area di interessante e mai banale dibattito politico-culturale.
A presto
LA REDAZIONE
Il popolo
Portava il popolo le sue bandiere rosse
e tra la gente sulle pietre che calcava
io mi trovai, nel giorno strepitoso
e sulle alte canzoni della lotta.
Vidi passo a passo le sue conquiste.
Sola strada era la resistenza,
mentre isolati eran brani rotti
d'una stella, senza bocca né spicco.
Così nell'unità fatta in silenzio
erano il fuoco, il canto invincibile,
il lento passo umano sulla terra,
trasformato in profondità e battaglie.
Erano dignità che combatteva
gli antichi soprusi, e risvegliava
a sistema l'ordine delle vite,
che bussavano alle porte per prender posto
nella sala principale con le bandiere.
Pablo Neruda
ANPI
Comitato provinciale
di Roma e Lazio
Contro l’equiparazione dei repubblichini ai combattenti per la Libertà. La presentazione di una legge in Parlamento che parifica mediante la decorazione del Tricolore i combattenti per la Libertà e i fascisti repubblichini asserviti ai nazisti; la improprietà del linguaggio della politica del centro destra e la sua confusione strumentale e falsificante della storia del ‘900 e della Guerra di Liberazione inducono le associazioni della Resistenza, i partiti antifascisti, sindacati dei lavoratori, l’ARCI, associazioni e movimenti della società civile a denunciare con sdegno la provocazione antistorica e offensiva nei confronti del popolo italiano.
Un’assemblea popolare promossa dall’ANPI di Roma e Lazio per il giorno Sabato 7 febbraio 2009 alle ore 10:00 nel Teatro Italia, via Bari 18 Roma riaffermerà i valori della Costituzione nata dalla Resistenza e rinnoverà il ricordo delle vittime del nazifascismo.
Introdurrà : Massimo Rendina
Concluderà : Armando Cossutta
Pubblichiamo l'intervista a Marco Revelli da "IL Manifesto" di venerdì 30 gennaio.
INTERVISTA | di Daniela Preziosi
INTERVISTA Marco Revelli: «Spettacolo indecoroso»
Sinistre alla guerra civile, fermatevi un giro
«Fermatevi, saltate un giro. Un segno di maturità. Senza preoccuparsi se questo comporta un regalo a Veltroni. Perché se non vi fermate voi, comunque io, come elettore, mi fermerò». Il sociologo Marco Revelli, da sempre impegnato nell'analisi del campo della sinistra, fa suo l'editoriale del manifesto alle sinistre: alle europee meglio saltare un giro, tanto più che lo sbarramento costringerebbe a rimettere insieme chi finora si è dato duramente battaglia. «Distinguerei i destini della sinistra dalla questione dello sbarramento. Il destino della sinistra si era già giocato in questo ultimo anno. Sbarramento o no. Un anno fa erano stimati al 12 per cento. Con i comportamenti tenuti dalle loro rappresentanze politiche si sono ridotti a una condizioni in cui anche una soglia del 4 per cento diventa mortale. Il segno di un fallimento storico, di lì non si ricomincia nulla.
C'è un momento di svolta, da quel 12 per cento ai voti di oggi ?
Se vogliamo fissare una data entro la quale qualcosa era ancora possibile, direi il corteo del 20 ottobre 2007. Lanciava un segnale forte da parte di un aggregato di gente di sinistra alle proprie dirigenze politiche. Di quel messaggio non hanno raccolto nulla, di lì è iniziato il lungo suicidio.
In questo «loro» ci sono tante diverse identità e entità, a sinistra.
Tutte viziate dalla stessa tara, la mancanza di responsabilità politica, l'autoreferenzialità assoluta. Microformazioni che praticano la scissione dell'atomo in totale assenza di confronto con il reale. Dal giorno dopo la sconfitta elettorale non sono stati un'ora a riflettere su quello che era successo, e hanno subito cominciato a scagliarsi l'un l'altro i mattoni della casa crollata. Uno spettacolo inguardabile.
Dall'altra parte, però, c'è la scelta di Pd e Pdl di introdurre una soglia alla vigilia del voto.
Un pactum sceleris, il segno dell'immeschinimento della politica. L'uso orribilmente tattico della legge elettorale non per decidere le sorti di un paese, ma le sorti di Veltroni, che si gioca la sopravvivenza su due-tre punti in più, e di Berlusconi, che non può prendere un decimo in meno delle politiche: due capetti di bassa statura, divorati dall'immagine. L'uno col problema di sopravvivere, l'altro di stravincere.
Il Pd rischia di cancellare la sinistra.
Veltroni conferma manu militari la linea dissennata dell'autosufficienza che l'ha già portato alla catastrofe elettorale e politica. Brucia le navi, rende impossibile un ritorno a una politica di alleanze con quello che cerca di sopravvivere a sinistra. È l'idea che lo porterà all'estinzione. E ha due elementi: primo, ciò che conta è il governo e il potere. Secondo, si può perseguire questo obiettivo da soli. Le due cose sono incompatibili. È una forma di delirio politico non giustificabile se non con una lettura di tipo personalistico, un groviglio di rancori, odi, ambizioni tali da offuscare l'intelligenza.
Quindi Veltroni sta costruendo le condizioni per la sua sconfitta?
Per la sua fine storica. Il Pd da solo non raggiungerà mai la maggioranza in questo paese, ma intanto distrugge qualsiasi alleato. La sua esigenza tattica di non perdere troppo lo costringerà a perdere sempre.
Torniamo a sinistra. Vendola, dopo la scissione dal Prc, propone a tutti un cartello elettorale.
Leggo tutto questo con un senso di frustrazione. Siamo ostaggi di professionisti della politica che fanno e disfano sulla base del controllo di microapparati. Di per sé sembra una proposta ragionevole. In realtà no. Gli economisti, parlando della borsa, parlano di 'rimbalzo del gatto morto': lo sbatti e sembra che reagisca, ma è un'illusione. L'unità è proposta da figure che hanno nella loro pratica costante quella della divisione. Chiunque può immaginare che, supposto che riescano a fare un cartello elettorale, un minuto dopo ricominceranno dare il triste spettacolo di questi mesi.
Non salva nessuno?
Nel momento in cui salta per aria l'equilibrio socio-economico globale, da nessuno ho sentito un brandello di discorso politico. Il cartello su cosa lo fanno? Di nuovo per mettere in palio la propria sopravvivenza? Da quest'area, in un momento di straordinario rimescolamento anche politico, con quello che è avvenuto con il cambiamento della leadership degli Usa, ci si aspetterebbe un dibattito straordinario. E invece l'unico che ha detto qualcosa è Mario Tronti, che non appartiene a queste formazioni. Da quel paesaggio di macerie non è venuto un vagito. E se non arriva, le ragioni storiche di quella entità sono venute meno. Ne sentiamo un lacerante bisogno perché soffochiamo in questo universo berlusconian-veltroniano. E tuttavia la finestra su quel lato non si apre. Forse quell'esperienza si è consumata in modo irreversibile, e bisogna ricominciare a ricostruire altrove, con altro linguaggio, altri modelli organizzativi.
Servono altri uomini, altre donne?
Dal punto di vista personale continuo ad avere stima di loro. Politicamente non li sopporto più. L'immagine che offrono è quella di chi sta regolando i rapporti interni e lavorando alla propria sopravvivenza. Che valori hanno? La stella polare della politica di domani è la capacità di coniugare le diversità. Il pianeta finisce, se non siamo in grado di ammettere diversità anche radicali e di farle contaminare a vicenda: israeliani e palestinesi compresi quelli di Hamas, migranti e i locali, atei e credenti. Se non siamo in grado di ridefinire il rapporto fra le identità e la capacità di convivere andiamo alla rovina. Questa è la sfida della politica. Invece cosa mi propongono costoro? La guerra civile in una microarea. La contrapposizione fra vicini. L'incapacità di convivere persino fra i simili.

LA REDAZIONE DEL BLOG VI AUGURA BUONE FESTE E VI DA' APPUNTAMENTO PER IL NUOVO ANNO.
AUGURI!!!
Con le ultime cinque tesi per la rinascita della Sinistra in Italia ed in Europa che pubblichiamo qui di seguito, si conclude il contributo di Fausto Bertinotti al tentativo di far ripartire con progettualità e senso una Sinistra capace di tornare protagonista nella politica nazionale ed europea. Fausto nelle ultime cinque tesi del suo saggio, senza molti giri di parole và dritto al cuore dei problemi che affliggono i partiti di Sinistra, dicendo a tutti i militanti che oggi non ci sono scorciatoie di nessun tipo, né identitarie, né troppo indefinite per generare una rinascita della Sinistra, afferma che bisogna ricominciare da capo, “…tutti coloro che vogliono costituire una forza politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di cominciare da capo…”. Quindi affronta il come farlo, considerato che per Bertinotti oggi non esiste un solo partito capace da solo di ricostruire un’opposizione credibile e forte, ed invita “..nel nuovo ciclo politico e che prende forza dall’esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione..”.
Affronta il fallimento della stagione dei governi di centro-sinistra della quale si assume come dirigente la propria parte di responsabilità, dichiarando chiusa quella stagione, e dice che una nuova Sinistra non può rinascere senza un progetto autonomo e che guardi al futuro e non al passato “..questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea. L’ispirazione della sua azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande sinistra di cui costituisce la prima tappa)..”e ancora che “…il tema del governo va ripensato invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra, dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società, dell’economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi masse…”.
La conclusione del saggio attraverso le tesi 14 e 15 vi invitiamo a leggerle con molta attenzione, e per questo non anticipiamo nulla, esse però sono secondo noi le linee guida, l’embrione di una speranza vera, cioè che
15 TESI PER
di Fausto Bertinotti
11. In politica è certo importante come chiamarsi. I simboli, i segni di una comunità scelta parlano di un’identità, di un’appartenenza. In questo nostro tempo l’identità, se vuole contrastare, anche in sé, il codice dell’esclusione che è quello oggi prevalente nella società (basti pensare, per la sua presenza nefasta e corruttiva, al riemergere del razzismo), deve essere aperta e formarsi in progresso, fermo solo il punto di avvio. I grandi nomi definitori dei partiti sono indistinguibili dalla loro storia. Parlano il linguaggio della politica solo quando sono riconoscibili ai grandi numeri, alle persone comuni e sanno trasmettere il senso dell’appartenenza ad un’impresa comune, ad un campo significativo di forze. Non è la stessa cosa dichiarare di militare personalmente per una causa o fare di essa il programma di un partito. Comunista è una parola molto impegnativa, da maneggiare con cura e misura. Essa è insieme troppo e troppo poco per definire, oggi e qui, un nuovo soggetto politico. Troppo, perché se il programma del comunismo è, come è, la liberazione del e dal lavoro salariato esso non può trovare posto (seppure possa illuminarne la ricerca) nella dimensione storica concreta a cui deve rispondere il programma fondamentale della sinistra, che non può che essere, realisticamente, ma anche ambiziosamente, quella della ricerca sul socialismo del XXI secolo. Troppo poco, perché quand’anche dichiarata l’ipotesi finalistica comunista, non potrebbe dirci granché delle ragioni, concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve costituirsi la sinistra oggi, dopo la distruzione. Altro è stato, e sarebbe, il caso dell’intervento sul nome di formazioni già esistenti dove il rispetto della storia, delle storie che l’hanno animato e la loro costituzione materiale, danno conto direttamente e storicamente di un percorso e delle sue aperture, basti pensare a quello del Pci. Altro è dar vita ad un nuovo progetto politico. La sinistra è stata l’origine della politica di libertà e di giustizia nella storia moderna, cosa che consente la rammemorazione sempre necessaria per prendere il nuovo slancio. Ma è contemporaneamente anche la riaffermazione, nel presente, di un clivage, senza il quale non c’è più la politica, non c’è più scelta, il clivage tra destra e sinistra. La sinistra parla di una famiglia politica potenzialmente così ampia da poter comprendere tutti coloro che vogliono costituire una forza politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di cominciare da capo. Non sarà casuale che dopo la caduta delle dittature militari in America Latina, nel rinascimento della sinistra latinoamericana, nessuna grande formazione politica che lì ha condotto alla vittoria, nei diversi paesi, la sinistra e i popoli del continente si chiami comunista, nessuna dal Ptt di Lula al Mas di Evo Morales, pur avendo tutte al loro interno socialisti e comunisti.
12. Nessuna forza politica in Italia ha in sé oggi la forza e la cultura politiche sufficienti per questo necessario big - bang da cui possa rinascere la sinistra. Il Pd non è sinistra, e non per la composizione della sua base sociale, ma per la natura intrinseca del partito e del suo progetto politico. I partiti che hanno dato vita all’arcobaleno di sinistra lo sono, ma, separati, non hanno la massa critica necessaria per l’impresa, e, dopo la sconfitta, sono imprigionati anche rispetto alla capacità di innovazione da pesanti derive neo-identitarie. Il tema del tutto inedito, nel nuovo ciclo politico e che prende forza dall’esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione. La situazione, prima caratterizzata dall’esistenza di due sinistre in competizione, conflitto e possibile alleanza tra loro, è stata sostituita da una nuova situazione senza più sinistra. Sulla base dell’analisi di fatto la priorità delle priorità diventa perciò la rinascita della sinistra. Ma bisogna riconoscere che, ancora sulla base dell’analisi delle soggettività politiche in campo, quest’ipotesi, matura come grande esigenza per le forze di cambiamento e per la democrazia, è immatura soggettivamente. Ciò non toglie che debba essere indicata come meta da perseguire, non già con qualche scorciatoia politicista, per altro impossibile, ma attraverso la messa in campo di una ambiziosa e complessa operazione sociale, culturale e politica, di cui il primo passo possa essere la rottura degli steccati per cimentarsi con realtà dure e difficili come le questioni del lavoro, della scuola e della risposta da dare alla crisi, alla recessione e all’attacco all’occupazione.
13. Per affrontare questa sfida non solo vanno evitate le scorciatoie politiciste, ma ci si deve altresì precludere la via alla ricerca di un assetto delle forze di opposizione che non solo non costituirebbe uno stadio intermedio rispetto alla ristrutturazione e alla rinascita della sinistra, ma ne contraddirebbe l’ispirazione di fondo. E’ l’ipotesi secondo la quale, alla crisi del centro-sinistra degli ultimi 10 anni, si dovrebbe sostituire il rapporto tra l’attuale Pd e una forza alla sua sinistra che assuma il compito di condizionarne le politiche e per riaprire, su questa base, la prospettiva di governo. Questo esito, che rappresenterebbe nient’altro che uno sviluppo moderato dell’attuale situazione di vuoto, è da contrastare nettamente. Esso ha una sola verità interna ed è che, nella attuale immaturità della ristrutturazione, deve essere perseguito l’obiettivo della costruzione da subito, si potrebbe dire da ieri, di una forza di sinistra. Ma questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea. L’ispirazione della sua azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande sinistra di cui costituisce la prima tappa) e non risucchiata nel passato del centro-sinistra. Il centro-sinistra è finito, ed è finito insieme alla sua tormentata, speranzosa ma, al fondo, fallimentare stagione. La cultura prevalente che l’ha promossa - governare la globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente moderna - non solo è all’origine del fallimento dei due governi Prodi, ma è stata sepolta dall’esplodere della crisi del capitalismo finanziario globalizzato. Certo il tema del governo va ripensato invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra, dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società, dell’economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi masse.
14. La costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra, così com’è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in un’impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un cammino ancor più ambizioso, ma intanto indispensabile per non morire tra moderatismo, da un lato, chiusura identitaria, da un altro, ed esodo dalla politica, da un altro ancora. La realtà sociale del paese è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana, sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra, quand’anche questa sia, come oggi, muta. Nei movimenti puoi assistere a fenomeni imprevisti, del tutto imprevisti, anche fino a pochissimo tempo dal loro manifestarsi, come quello della scuola. Nell’intellettualità del paese, negli operatori di cultura, arte e spettacolo, in alcuni giornali di sinistra c’è il deposito di resistenze, spesso condannate alla solitudine, eppure non trascurabile. Se si riuscisse a profonderle tutte e ognuna in un’impresa comune, da questa nascerebbe la sinistra di oggi e di domani. Allora questo va fatto, rompendo gli indugi. C’è una sola condizione che tutte e tutti coloro che sentono il bisogno di sinistra hanno il diritto di porre per poter prendere parte paritariamente al processo costituente ed è la certezza della democrazia. La sinistra, per esistere, deve ora essere irriducibilmente democratica. Occorre qui una discontinuità secca col suo passato lontano e anche recente. Non c’è più la legittimazione che nei precedenti gruppi dirigenti, quelli usciti dalla Resistenza, consisteva nella loro storia; ogni cooptazione diventa arbitraria e divide; ogni intesa oligarchica diventa un ulteriore fattore di ulteriore distacco della politica dalla società e dai soggetti in essa attivi. L’impegno deve quindi, su questo terreno, essere irrevocabile: ogni funzione dirigente, ogni funzione di rappresentanza, fin dall’inizio del processo, deve essere attribuita con la partecipazione di tutti i rappresentati con voto segreto, su scheda bianca, tutte e tutti elettori ed eleggibili e tutti revocabili: inesorabilmente e rigorosamente una testa un voto.
15. La sinistra deve avere l’ambizione di essere anche una comunità scelta, un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della persona. In essa devi poterci stare bene. Devi poter avere voglia di partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue relazioni sia esterne che interne. La creazione di forme di autogoverno e di partecipazione deve costituire, in essa, il suo modo di essere e deve investire i vari aspetti del vivere, del produrre, del consumare, del convivere e del fare politica. C’è, a questo fine, da conquistare una sorta di precondizione, la rottura dell’individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre relazioni individuali e collettive per sostituirlo, se non con un comportamento altruistico, almeno con uno improntato all’”egoismo maturo”, cioè alla consapevolezza che o ce la si fa insieme o non ce la si fa. Si potrebbe cominciare, nei rapporti interpersonali, nei luoghi di confronto politico e di formazione delle decisioni, col sostituire il troppo abusato “non sono d’accordo” con il “sono d’accordo, ma…”. Alla riforma della soggettività da investire nell’impresa bisogna, affinché si possa produrre e sia efficace, una altrettanto riforma strutturale del modo di essere della sinistra. Il centralismo romanocentrico, figlio non più dell’esigenza nazionale di una formazione compatta di combattimento, bensì della “governamentalità” e della centralità delle istituzioni nella politica, va spezzato in radice, dalle fondamenta. La sinistra deve saper avvolgere la dimensione nazionale in due altre dimensioni strategiche, in alto, quella europea (dove continua ad essere preziosa l’esperienza del partito della sinistra europea) e in basso, ma fondativo, il territorio. Il territorio, non già nella sua cattiva lettura basista o peggio nella sua pessima lettura populista, ma la contrario come terreno culturale, civile, di storia e di esperienza (l’Italia delle cento città) che può indurre la politica a ricominciare dalla messa in discussione dei concreti e differenziati manifestarsi di un modello di sviluppo la cui contestazione è la ragione prima della rinascita della sinistra. Perciò va fatta, nell’organizzazione della politica della sinistra, la scelta di un modello federativo partecipato, fondato sulla parificazione dei ruoli dirigenti tra autonome strutture regionali (la sinistra sarda, campana, lombarda, toscana, pugliese, etc.) e la direzione nazionale che deve essere da esse compartecipata. La rinascita della sinistra dai territori, in un disegno nazionalmente condiviso, è la via maestra per dare vita al suo primo compito ai fini di sconfiggere l’egemonia nella società conquistata dalla nuova destra. La realizzazione della riforma della società civile mediante la produzione di culture, di pratiche sociali, di luoghi e forme di convivenza, di organizzazioni civili, sociali ed economiche che contengono una critica vissuta al primato dell’impresa e del mercato, è parte decisiva di questo compito storico. E’ anche da qui, dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo, che rinasce la sinistra.

250 GOAL IN BIANCONERO, UN CAMPIONE ED UN UOMO STRAORDINARIO ( foto- LA STAMPA-)

DAL MINISTRO ANTI-FANNULLONI 600 EURO MENSILI D'AUMENTO PER LA CASTA DEI SUOI DIRIGENTI E CONSULENZE MILIONARIE PER L'AUTHORITY DEL MERITO ( QUATTRO "SCIENZATI" CHE SARANNO PREMIATI CON 25000 € AL MESE CIASCUNO). PER COMPIACERE IL PROPRIO STAFF HA APPENA FIRMATO UN ACCORDO SINDACALE CHE AUMENTA STABILMENTE DI BEN 600 EURO AL MESE LO STIPENDIO DEI 3000 DIPENDENTI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, TRA I QUALI SONO INCLUSI ANCHE QUELLI DELLA FUNZIONE PUBBLICA. A FRONTE DELLA GENEROSISSIMA ELARGIZIONE COSA CHIEDE L'UOMO SIMBOLO DELLA PRODUTTIVITA'? UN ENORME AUMENTO DI EFFICENZA, BEN DUE ORE IN PIù DI LAVORO A SETTIMANA: ARRIVARE A 38 ORE LAVORATIVE A SETTIMANA ANZICHE' 36. ALTRO SCANDALO DEL DISEGNO DI LEGGE BRUNETTA IN DISCUSSIONE AL SENATO SONO ULTERIORI 500 MILA EURO CHE IL NOSTRO SI E' FATTO RISERVARE PER IL GENERICO CAPITOLO "CONSULENZE". TUTTO QUESTO MENTRE 500 MILA PRECARI PERDERANNO IL LORO POSTO DI LAVORO DA 600 EURO MENSILI ENTRO LA FINE DELL'ANNO.
LETTERA DI UN PARTIGIANO
“BIAGI NO, PROTTI SI?”
Sono Enrico Fogliazza di Cremona, già parlamentare della II e III ex legislatura (1953 – 1963) e combattente partigiano – commissario politico della 17 Brigata Garibaldi “F,Cima” operante in bassa Valle di Susa in provincia di Torino. Attualmente sono Presidente dell’ANPI di Cremona.
Stamane mi sono sentito profondamente offeso alla notizia del No del Comune di Milano ad un riconoscimento a Enzo Biagi - della mia età e pure lui partigiano, oltre che grande giornalista. Ed anche del No a Roberto Saviano.
Nel 1943 dopo l’8 settembre – a seguito dello sfascio dello Stato Italiano e della occupazione nazista e fascista - oltre mille giovani cremonesi, in barba al potentissimo Ras di Cremona Roberto Farinacci passarono nelle file dei "ribelli". Parte sugli Appennini dell’Emilia, parte sulle montagne lombarde, molti in Piemonte; i fratelli Di Dio nel Novarese, una trentina con Barbato nelle Langhe, altrettanti nel cuneese e in Liguria, circa
Farinacci subì in questo modo uno scorno fortissimo, che mal digerì.
Anche per questo, con ogni probabilità, inviò in valle di Susa – ad Avigliana – un agguerrito reparto della GNR (fascisti repubblichini) da lui scelti tra i più fedeli con il compito di dare una lezione a "quei ragazzi" come esempio per tutti. Era in gioco anche il suo prestigio!
La notte del primo luglio 1944 partì da Cremona per Torino, scortato ed armato, il Sergente Maggiore Aldo Protti, appena tornato dalla scuola di Firenze, per specializzarsi nella lotta antipartigiana e trovarsi in valle di Susa il 2 luglio ad Almese e partecipare a un tremendo rastrellamento.
Quella mattina nazisti e fascisti giunsero al Colle del Lys, bloccarono un gruppo di giovani che lì vennero sorpresi. Erano arrivati da poco in montagna, non avevano trovato i resti della 4 Armata (come avevano sperato) ma avevano trovato solo fame e pidocchi. Erano ancora disarmati come tutti quelli - come noi - che erano arrivati da circa un mese. Non vennero fatti prigionieri, e nemmeno vennero fucilati. Vennero invece massacrati, sventrati, cavati gli occhi, evirati. Erano 26 giovani delle classi 1920-1926 (5 dei quali cremonesi, della stessa città di alcuni di quei GNR) che avevano disertato la chiamata alle armi lanciata con il famoso manifesto firmato da Giorgio Almirante.
In Val di Susa vi furono 718 partigiani morti, tra i quale 14 cremonesi - compresi il Comandante della Brigata Amedeo Tonani (Deo) di 21 anni e il Vice Comandante Sergio Rapuzzi (Pucci) 18 anni; nella valle di Lanzo 704; gli altri in val Sangone e Chisone per un totale di 2.024 morti.
Nel loro libro Sentire, Pensare, Volere - Storia della SS Italiana nata a Cremona, ed Ritter - al capitolo VII - Combatti e Nava, autori del volume, descrivono le operazioni antiguerriglia dell’estate 1944 svolte in valle Susa e al Colle del Lys e parlano del rastrellamento di quel giorno.
Si racconta che il comando generale tedesco aveva emanato una ordinanza con la quale prioritariamente invitava tutte forze tedesche e italiane ad eliminare i partigiani di quella zona, prima di trasferirsi al fronte.
Farinacci era dunque intervenuto - oltre che per il proprio prestigio - anche perché evidentemente doveva dimostrare obbedienza al comando nazista.. La GNR era certamente presente – come dicono i due scrittori – a Favella e al Col del Lys, e quindi anche il Protti e il gruppo dei cremonesi.
Il Sergente Maggiore Aldo Protti era a sua volta “fascista più dei fascisti”, come si autodefiniva lo stesso Farinacci. Divenne poi - scampato dalla guerra - baritono famoso, certamente per la sua bella voce, ma anche per l’aiuto che il gerarca fascista gli aveva fornito all'inizio, presso l’Eiar di Torino.
Mori nel 1995 e Alleanza Nazionale di Cremona ha chiesto, nel decennale della morte, di intitolare una via al "grande baritono e al cittadino benemerito". Noi partigiani e i famigliari dei Caduti siamo insorti e la via non è stata sinora dedicata anche per la fermezza dimostrata dal Sindaco prof. Gian Carlo Corada, dalla Giunta e dalla Commissione toponomastica.
Milano invece - città Medaglia d’oro della Resistenza - ha voluto dedicare, qualche tempo fa, al nome del Protti, un giardino della città.
E oggi rifiuta un doveroso quanto unanimemente condiviso riconoscimento alla memoria di Enzo Biagi.
Una vergogna. Il sacrificio dei caduti per la libertà non può essere così profondamente offeso e tradito!
On. Enrico Fogliazza
Presidente Provinciale ANPI Cremona