

Qualche giorno fa, intento ad un’opera di sistemazione della mia piccola libreria, mi trovai di fronte un piccolo volumetto edito e stampato con il contributo della regione Lazio, dal titolo “le Fraschette, da campo di concentramento a luogo della memoria” ad opera di Mauro Costantini.
Il testo segna un percorso di studi intrapreso dall’ ”Associazione partigiani Cristiani di Frosinone” nel voler gettare luce sulla sofferenza che conobbe il campo le Fraschette in un arco temporale ristretto, ma molto intenso, 1942-1944. L’iniziatore di difficili e faticosi studi di archivio è stato un nostro concittadino alatrense, il compianto Lino Rossi, a cui va un pensiero oltre il cielo, teso a denunciare quanto il campo delle Fraschette in epoca fascista, fosse un campo di concentramento, cosa per giunta poco nota.
Molti cittadini di Alatri ricordano quel fatidico campo nell’immediato dopo guerra, come area adibita per la “ Raccolta profughi” migliaia di persone che intendevano, legittimamente, ricominciare altrove, ma quel sito divenne per loro una sorta di Purgatorio.
Personalmente ritengo importante offrirne un piccolo sunto, attenendomi al testo ,non per colore politico, ne per spirito polemico, ma per dovere morale verso la Storia perché ci insegni il dovere del ricordo e del non dimenticare . Oggi quel luogo della memoria è stato trasformato in Ostello della gioventù, con un ingresso moderno, bello e accogliente, eppure tutt’intorno restano strutture decrepite di baracche, muraglie, torrette e una chiesetta distrutta che il solo aspetto poco edificante basta ad immaginare il loro primo impiego, quei loro colori spenti e tetri sembrano recare, come segni indelebili, graffi di sofferenze insanabili. Sofferenze dunque, perché il solo recludere è violenza magari più oppressiva di una revolverata in piena fronte, inermi e deboli o avversi al regime, erano strappati alla loro terra e venivano internati.
Certo si farebbe un errore vero,nel paragonare le Fraschette ad un centro di sterminio nazista, questo è un dato oggettivo cui lo storico non può non tenerne conto, ma è pur vero che gli atti del governo fascista del tempo, lo denominavano come CAMPO DI CONCENTRAMENTO.
Quando l’Italia entrò in guerra, anche da noi vennero adottate misure atte ad arrestare e internare i civili e nemici atti a usare armi e italiani che manifestavano propositi avversi al regime fascista, ciò avrebbe giustificato l’edificazione, in più aree, di campi di concentramento. Le Fraschette fu adibito all’internamento, vincolando uomini a vivere in baracche delimitate da recinzioni. La costruzione del campo ad Alatri si dovette alle scelte dei vertici militari fascisti e ospitò anglo maltesi, abitanti della Venezia-Giulia , dalla Croazia, dalla Dalmazia e dalla Slovenia. Dalla fine del 1941 si approntarono i primi lavori del campo con un acquedotto collegato e derivato da quello di Capofiume con edificazione di baracche per la creazione di una comunità agricola, ovviamente recintata. Il campo costò poco più di 33.000.000 e venne terminato il 31/07/1942 ma divenne operativo dal primo ottobre dello stesso anno, quando da Fiuggi, cominciarono ad arrivare a scaglioni di 60 persone al giorno, gli anglo maltesi, in tutto 780, poi in gruppi di 250 al giorno i Dalmati o reclusi in quell’area, 2.300 civili, a cui se ne aggregarono altri 2.900. Solo allora si cominciò a discutere dell’imminente arrivo degli slavi, tra cui 15.000 definiti “pericolosi” perché comunisti, e allora vennero anche loro. L’alto numero di detenuti, la scarsa alimentazione e organizzazione del campo creavano problemi di fughe notturne dei detenuti che addolorati dalla fame razziavano quello che potevano dai campi vicini, approfittando della inefficienza della guardia che per giunta non poteva utilizzare armi da fuoco con i prigionieri, divieto da cui ne venne poi dispensata. Particolarmente grave era la situazione degli slavi, molti dei quali della Venezia Giulia, verso cui il regime fascista aveva decretato la BONIFICA ETNICA a cui seguiva l’inevitabile trasferimento di molti nuclei famigliari, tra cui molti alle Fraschette, contanti anche mogli e figli di partigiani che guerreggiavano i fascisti sul confine sloveno. Ma la chiesa non abbandonò i prigionieri, i vescovi di Gorizia e Capodistria, visitarono il campo portando conforto ai loro fedeli definendo le Fraschette campo tenuto in condizioni disumane; e molto fece il vescovo di Alatri Edoardo Facchini che favorì l’insediamento di suore nel campo visto che molte donne prigioniere erano oggetto di molestie da parte delle guardie e poi ,con gli eventi della guerra ,dei tedeschi che istallatisi nel campo di notte pretendevano compagnie femminili arrivando persino a infastidire le suore. Il vescovo finanziava con 15.000 lire al giorno il cappellano del campo per i viveri a bambini e anziani e donne.
Nel testo viene riportato un curioso episodio: era il PRIMO MAGGIO 1943 le donne slave recavano tra i capelli nastrini rossi con cui raccoglierli, mentre gli uomini coccardine rosse al petto, la guardia insospettita chiese loro cosa mai fossero quei bizzarri simboli, loro risposero che erano usi ogni primo maggio festeggiare il giorno dei lavoratori. Con il fronte a Cassino per il campo di Fraschette , furono giorni tristi sembra vi fossero stati due combattimenti aerei sul campo che portarono morti e feriti tra i prigionieri. Il campo venne poi smantellato, ma ne torneremo a parlare. Questo primo avvicinamento del circolo Peppino Impastato a tale tema non sarà l’ultimo, successivamente proporremo nuovi dati o magari testimonianze dirette di internati nel campo ma per ora valga questo piccolo contributo in appoggio a “ LE FRASCHETTE “ di Mario Costantini verso cui va un ringraziamento per gli studi fatti, da parte di tutti noi, prima che da cittadini di Alatri, da uomini.
Questo volumetto, merita una maggiore reclamizzazione , perche la Storia nella realtà è una vecchia dea bendata, che non gradisce chi le volta le spalle, colui che con lei pecca di ignoranza, verrà martoriato da quelle pene che per lei ha voluto coscientemente ignorare, per questo il nostro circolo coglie come un dovere, il diritto alla conoscenza e informazione auspicando che certe brutte storie non si verifichino mai più.
Giovanni De Santis.
