"...è questo il fiore
del partigiano
morto per la libertà"
Un fiore per onorare chi ha dato la vita
per la pace, la libertà, la giustizia, la democrazia.
L’ANPI della provincia di Modena ha lanciato una iniziativa semplice ma significativa, che si va rapidamente diffondendo in tutta Italia.
“Ogni cittadino, le istituzioni, i sindacati, i partiti politici, i movimenti e le associazioni che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, protestino contro chi continua a sovvertire la storia per colpire i principi costituzionali e le base della democrazia, portando un fiore nei luoghi ove si ricordano i partigiani e gli antifascisti caduti per liberare l’Italia dalla occupazione nazista e per sconfiggere il fascismo.”
ASSEMBLEA COSTITUENTE DELLA SINISTRA
Sulla Stampa del 16 settembre, Mario Deaglio, analizzando la "crisi di sistema" del capitalismo finanziario (o del capitalismo?) arriva a una conclusione tipica del pensiero neoliberista, anche quando, come nel suo caso, esso sia espresso senza furori ideologici: e cioè che la globalizzazione rende inevitabile una riduzione generalizzata dei salari e del tenore di vita dei lavoratori. Da qui, da questa sorta di nuova "legge di natura" del nostro tempo, Deaglio trae una ulteriore, e ben più generale, conclusione: quella secondo cui la vertenza sindacale "classica" non funziona più, non produce nè redistribuzione del reddito nè crescita economica, e quindi "bisogna inventare qualcosa di nuovo". Qualcosa che, evidentemente, non c'entri più con le lotte dei lavoratori, l'autonomia sindacale, il conflitto di classe - anzi il conflitto tout court. Anche questo, certo, sta diventando un luogo comune e diffuso del "dibattito", quando si parla di nuovo modello contrattuale o della crisi Alitalia o della questione salariale: la pretesa obsolescenza, arcaicità e improduttività delle lotte del lavoro e per il lavoro, da archiviare nei "detriti" dei due secoli che ci stanno alle spalle. Quante volte abbiamo sentito, o letto, o ascoltato questa "filosofia"?
...gli apologeti del neoliberismo non comprendono o non sono in grado di comprendere: qual è, appunto, il senso della lotta, non solo ai fini della difesa del lavoro, ma della civiltà.
....il senso della lotta non è soltanto quello di ottenere un risultato concreto: un aumento salariale, una conquista normativa, una riduzione d'orario o una diversa organizzazione del lavoro sono certo essenziali, ma altrettanto essenziale è la libertà che si riesce a costruire nelle lotte. La libertà degli espropriati di agire, di non ridursi a mera variabile dipendente della crescita economica, di conquistare per questa via un'identità fino ad allora negata. La libertà di esistere, come soggettività- e soggettività protagonista- e come compiuta conquista di dignità. Una dimensione, dunque, che non serve solo a coloro che la vivono, l'hanno vissuta, in prima persona, ma che fa crescere l'intera società, ne fa lievitare la qualità democratica e le speranze, ne solidifica la coesione. Tanto è vero che l'avevano ben compreso i padri costituenti, quando scrissero che l'Italia e una Repubblica fondata sul lavoro e quando codificarono il diritto, ma anche e sopratutto, la nobiltà dello sciopero - a differenza della sua forma rovesciata, la serrata. Si può considerare tutto questo un retaggio del passato, o una nostalgia romantica? Io credo proprio di no, e questa persuasione mi si rafforza ogni giorno, in un mondo squassato da crisi e guerre, da disuguaglianze senza precedenti, da paure senza fine che erodono coscienze e generazioni. Quando il conflitto si dispiegava e vinceva, quando la classe operaia "andava in Paradiso", quando alla testa del sindacato c'erano uomini come Bruno Trentin, era la società italiana, nel suo insieme, a stare meglio, ad essere un po' più felice.
...il conflitto , dunque, la difesa degli interessi dei lavoratori, è l'unica strada per correggere l'eccesso di distorsioni, e lo squilibrio che tende a prodursi drammaticamente, quando esso sia assente o debole. Insomma: non occorre collocarsi, come noi ci collochiamo, fino in fondo, dalla parte del lavoro e in una visione di classe, non è necessario ritenere, come noi riteniamo, che l'unica possibile salvezza dell'umanità sta nel superamento del capitalismo, per rivendicare la necessità democratica del conflitto. Senza il quale, non si danno nè vittoria nè sconfitta nè compromessi, ma una crescente e preoccupante erosione della libertà- dei lavoratori, sì, ma delle "cittadine" e dei "cittadini" tutti.
....Non si sostenne, finita la grande stagione degli anni '70, che i salari sarebbero stati meglio difesi dalla contrattazione e che perciò era necessario abolire la scala mobile? Ma così non accadde. Non si disse, subito dopo, che soltanto attraverso la concertazione, e una sostanziale tregua sociale, le retribuzioni sarebbero tornate a crescere? Ma così non è stato. Non si dice oggi che soltanto la drastica riduzione del conflitto e la sostanziale cancellazione del contratto nazionale potranno risollevare i salari e restituire ai lavoratori una decente condizione di vita? Ma il conflitto in questi anni, si è appunto ridotto,quasi ai minimi termini. E con esso ha preceduto l'arretramento sociale, civile, culturale. Alla fin fine, come dimostrano la vicenda dell'Alitalia o il "nuovo modello" di contratto voluto da Confindustria, la negazione della libertà dei lavoratori e la cancellazione dell'autonomia contrattuale del sindacato significano - dall'Italia alla Cina - una direzione drammaticamente precisa: La dittatura del capitale sul lavoro.
Stralci dell'articolo pubblicato su Liberazione del 17/09/2008
Il circolo posta un articolo comparso giorni fa, in un nuovo mezzo di informazione on line “ Parallelo 41” intendendo non strumentalizzare il mezzo stesso, piuttosto intendendo scatenare un dibattito su un tema scottante.
Il circolo “Peppino Impastato”.
Terremoto del MAESTRO UNICO.
Intellettuali, la “ sapienza universale” per l’educazione.
Fa discutere la volontà del ministro Gelmini, di reintrodurre la figura del maestro unico nelle scuole elementari. Mezzi di informazione, prese di posizione all’interno dei diversi partiti e pronunciamenti dell’opinione pubblica dominano il campo. Ma cosa ne pensano i docenti?
Il ministro della pubblica istruzione, Gelmini, quasi con un colpo di mano propone un ritorno al passato, cancellando esperienze decennali nella pluralità docente, e proponendo un prototipo di docente “tutore della sapienza interdisciplinare”. Mi viene in mente, da amante di storia, che un tempo l’intellettuale era tale in qualsiasi campo, dalla scienza alle materie umanistiche; tali sarebbero stati quei cervelli bizantini che dopo il 1453, abbandonarono l’amata Bisanzio, ormai rocca ottomana, emigrando in Italia e favorendo il movimento e tempora rinascimentale. Ma qui, aldilà dell’affascinante sfida, si impone una realtà diversa, e non poco.
Gli insegnanti della scuola elementare, hanno subito un duro colpo, dalla volontà del ministro Gelmini di reintrodurre il maestro unico, e dopo un iniziale sgomento ora, legittimamente passano alla protesta civile e democratica. Il CESP, “Centro per la Scuola Pubblica” propone una petizione in difesa della pluralità docente nella scuola elementare, che circola in ogni scuola e che diviene base per la protesta docente.
“Ormai sono circa vent’anni, che la figura del maestro unico è superata estendendo a tutta la scuola l’esperienza di collaborazione condivisione di responsabilità tra docenti che era maturata nel tempo pieno”….. , cosi recita la parte iniziale della petizione. Così con la pluralità docente, si abbatterebbe un capitolo di spesa a danno della società, ma con seri riflessi culturali, basti pensare al fatto che ogni docente, insegnando una specifica disciplina, aveva avuto modo di specializzarsi maggiormente in un campo, offrendo un servizio nell’insegnamento, sicuramente migliore. Magari la carenza, se tale è stimata, nella educazione primaria, non dovrebbe essere cercata nella pluralità dei docenti, quanto nel aver rimaneggiato i programmi dell’insegnamento di alcune specifiche discipline. Un tempo nel programma di Storia, alla terza classe elementare si ottemperava al completo studio dell’evo antico, procedendo con la classe quarta e quinta, allo studio dell’evo medio e moderno e contemporaneo, mentre ora uno scolaro di quinta elementare, se tutto fila liscio, avrà conoscenze storiche che abbracciano un arco temporale dalla preistoria all’editto di Costantino, ovvero 313 d.C. ! Uno scolaro che, per quanto concerne il programma didattico, dovrà chiedere lumi sul 25 aprile. Tutto sembra confermare che l’opera a cui vuole iniziarsi il ministro Gelmini, sia intimamente diretta a tagliare fondi alla ormai tartassata scuola. Verrebbero meno collaborazioni tra docenti, specializzazioni delle diverse discipline, pluralità di giudizio, percorsi di recupero ma non solo …. come non menzionare la necessità di una scuola a tempo pieno, per bambini i cui genitori svolgono attività lavorative che non gli consentirebbero di andarli a prendere a scuola, all’ora di pranzo?
Cosa significa, la reintroduzione del maestro unico, in termini di posti di lavoro? Nell’anno 2006 / 2007 le classi elementari in Italia erano 138.524 di cui 1/5 a tempo pieno, con il taglio proposto dal ministro Gelmini, andrebbero a spasso 27.704 insegnanti nelle classi a tempo pieno, e 55.410 insegnanti nelle classi a modulo, ma occorre ancora aggiungere a tali cifre, le chilometriche graduatorie di ragazzi in attesa di una occupazione nell’insegnamento, solo allora potremmo comprendere il carattere lesivo del provvedimento Gelmini. Una bella frittata sociale e culturale. Aveva forse ragione un comico, quando diceva che è da tempo cominciata la terza guerra mondiale, ovvero quella della conoscenza?
Giovanni De Santis.