Rifondazione Comunista - Alatri (maggio 2007 - marzo 2009)

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martedì, 29 aprile 2008

Qualcuno era comunista..

Quando alcune sere fà mi sono trovato davanti ad un Gaber straripante che in teatro interpretava questo stupendo testo, ho capito sino in fondo la sconfitta del 13 e 14 aprile. Una sconfitta durissima, figlia della più imprevista delle cause per un partito di sinistra, quella cioè di non saper vedere, ascoltare e capire la società. Nel testo di Gaber, che ripropongo qui di seguito, proprio la conoscenza della società e delle persone è l'elemento qualificante che lo ha reso immortale. In quelle parole, ne sono certo, ci si riconoscono molte generazioni di militanti, di compagni, di semplici simpatizzanti di sinistra, ma, e questo è un altro elemento importante, anche chi non si riconosce affatto nel testo di Gaber, non può non riconoscerne una descrizione reale e veritiera della società che Gaber canta. Ora che tutto è da fare, ora che tutto è incerto, vorrei capire e poter dire con la stessa sicurezza, qualcuno è di sinistra...perchè...c'è bisogno di tornare a sognare e non finire come il comunista di questa canzone.

qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il "Paradiso Terrestre".
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché: "La storia è dalla nostra parte!".
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia - il proletariato - la lotta di classe. Facile no?
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era comunista perché: "Viva Marx, viva Lienin, Viva Mao Zetung".
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava sempre RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il "materialismo dialettico" per il "Vangelo secondo Lienin".
Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani "ipotetici".
E ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

 

 

postato da: impastatoalatri alle ore 12:01 | link | commenti (2)
categorie: pensieri
mercoledì, 23 aprile 2008

VENERDI' 25 APRILE

 

Questo post è la premessa del libro “I miei sette figli” di Alcide Cervi, abbiamo deciso di lasciarlo in modo integrale senza tagli, risulterà un po’ lungo, ma lascerà ad ogni lettore il senso e l’altissimo valore morale e sociale del significato della testimonianza.

Ora che i protagonisti di quella generazione di eroi partigiani e combattenti ci consegna il testimone, sta a noi tentare il difficile compito della ri-testimonianza, se ne saremo capaci la Resistenza ed i suoi valori continueranno ad alimentare le generazioni di italiani che verranno garantendo al nostro Paese la tenuta democratica e la coesione sociale vitale in una società libera e sancita dalla Costituzione antifascista, se al contrario falliremo tutto compresa la nostra democrazia potrà essere messa in discussione.

VIVA LA RESISTENZA!

VIVA IL 25 APRILE!

VIVA LA LIBERAZIONE!

 

“Perché ho deciso di raccontare”.

 

Tu, Alcide Cervi, scrivi un libro? Io non ci ho mai pensato, a questo. Né avrei potuto farlo. Quando l’anno scorso andai a Genova, al Congresso dei partigiani, una madre mi abbracciò e mi disse: papà Cervi, anche a me hanno ammazzato il figlio. Era l’unico figlio. Ma che è uno, per te che ne hai perduti sette? Io le alzai il viso dalla spalla mia e dissi: – Tu ne avevi uno, e quello ti hanno preso. Io ne avevo sette, e sette me ne hanno presi. È lo stesso. Non c’è diversità. E che differenza c’è con la bambina Clara Cecchini, di Valla, che le hanno ucciso padre e madre? Aveva solo quell’amore, e gliel’hanno tolto. Era di otto anni, allora, e vennero i tedeschi a casa sua e dissero ai famigliari che uscissero sotto il pergolato, si mettessero bene in fila, ché gli volevano fare la fotografia. La bambina si assestò i capelli, e volle dare la mano alla madre, in fila con gli altri. I tedeschi con una sventagliata di mitra li massacrarono tutti. E lei, Clara, restò solo ferita, ma non si mosse vicino al padre e alla madre morti, e restò lì come un cadaverino finché non vennero i partigiani. E che paragone c’è con la madre di La Bettola, che allorquando i tedeschi per odio bruciarono persone umane in piazza, le strapparono il figlioletto dalle braccia e lo buttarono nel fuoco? Questi sono dolori grandi, che offendono la vita. Io avevo sette figli, cresciuti con quarant’anni di fatiche, e mi preparavo a togliere il fastidio, ché già arrivavo alla settantina. Invece mi hanno mietuto una generazione di maschi, e la madre è andata via con loro dopo un anno, così io sono rimasto con quattro donne e undici nipoti piccoli, con un fondo di 56 biolche da lavorare. Hai tempo per soffrire, hai tempo come la madre di La Bettola, che si trova più libera di prima, più libera di pensare alla bambina sua? La vita non mi ha offeso, voglio dire, mi ha aiutato, perché dovevo campare ancora qualche anno, avere ancora forza di lavorare, per tirare su un’altra generazione, e prima non dovevo morire. Eppure, non mi sono distratto mai dai figli. È tante volte che racconto la storia loro, e mi ci sono abituato, ma ogni tanto sento le parole mie e mi sembra ancora impossibile, rimango ammutolito e allora sento la morte. Ho ottant’anni, adesso, e posso pure togliere il disturbo, perché i nipoti sono cresciuti e sostituiscono i miei figli. Ecco perché finora non ho pensato al libro. L’importante era salvare la famiglia e la terra. E parlare, predicare, in memoria loro, la pace e l’antifascismo. Questo l’ho fatto, ma oggi posso fare qualcosa di più, perché ho smesso di lavorare e mi hanno messo in pensione, però io taglio lo stesso il fieno e accomodo le sedie. Non serve a niente, ma a me serve. La notte, quando il sonno se ne va leggo, e in una di queste veglie ho pensato: se raccontassi la storia dei figli miei? Tante cose non le ricordo, perché il dolore ha falciato la memoria, ma un padre di famiglia si fa sempre intendere sui figli. La storia della mia famiglia non è straordinaria. Vedete, qui a Reggio ci sono i cinque Manfredi, fucilati dai fascisti, e i tre Miselli. Da noi trovate famiglie unite come le dita di una mano, e sono unite perché hanno una religione: il rispetto dei padri, l’amore al progresso, alla patria, alla vita e alla scienza. E soprattutto, noi, contadini emiliani, amiamo la patria e il progresso. Così non si ha paura di morire. Avete mai visto quelli che quando parlano in pubblico diventano rossi? Non è mica perchè sono timidi e modesti, ma perché sono superbiosi. Mica vedono la gente, vedono solo la persona loro e si impressionano ché li guardano. Così quando la morte li guarda sentono paura e si trovano soli, perché hanno terrore della morte come avevano paura della vita. Il sole non nasce per una persona sola, la notte non viene per uno solo. Questa è la legge, e chi la capisce si toglie la fatica di pensare alla sua persona, perché anche lui non è nato per una persona sola. I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano, e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa l’arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i Manfredi, i Miselli, i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte. E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada. Io sono stato eletto al Comune di Gattatico, e quando mi hanno chiesto che assessorato volevo, ho detto: quello per la cura dei cimiteri. Non sono mica fissato o vespiglione, io ho chiesto quell’assessorato perchè era come avere due ministeri: quello per la giustizia e quello per l’istruzione. Non mi curo solo delle erbacce e di tenere pulito, faccio andare i bambini, le donne, tutti, a onorare i compagni partigiani caduti, e sfido il maresciallo che non vuole bandiere e canti, e parlo sempre davanti ai compagni morti. Difendo la memoria loro e insegno ai giovani. Questi sono i miei due ministeri. Così mi sono deciso, e adesso che ho più tempo perché c’è da aspettare solo che venga il biglietto, voglio difendere la memoria dei miei figli e dei partigiani dai becchini fascisti e dai riarmasti tedeschi. Ci ho messo tempo, a decidere, perché la storia della mia famiglia non è straordinaria, è la storia del popolo italiano combattente e forte. Per questo, tu padre di famiglia che hai perduto il figlio in guerra, e tu madre che hai avuto il figlio ucciso dai fascisti, sentilo tuo questo libro, sentilo storia anche dei figli tuoi. Solo così mi sentirò meno superbioso. E poi, chi sa scrivere! E la memoria si prepara a lasciarmi in libertà. Perciò mi sono deciso a raccontare, soltanto come posso, la storia dei figli miei. Io parlo troppo in questo libro, lo so. Ma è perché i miei figli sono morti e io invece sono vivo. Parlo anche di me, troppo, e se qualche parola che fu dei miei figli sembra diventata mia, è perché non ricordo chi la disse, ma era come se l’avessero detta tutti e sette e io con loro. Perché anche nella vita eravamo così: otto eravamo uno e uno tutti e otto. Ma un’altra cosa voglio dire, per coscienza. Aldo mi ha dato quel poco che ho d’intelligenza politica, e io a lui ho dato il senso della protesta. Aldo è sempre stato la testa della famiglia. Quando studiava e non veniva nei campi l’ho sempre lasciato lavorare, perché era capitale anche quello, e più importante del fondo. Questo lo voglio dire chiaro perché chi ha cultura non pensi sbagliato sul nostro conto, ché siamo riusciti a fare certe cose solo con le braccia o perché siamo più spicciativi degli intellettuali. Vedete, per esempio, il paragone con la quercia. Mi hanno detto sempre così, nelle commemorazioni: tu sei una quercia che hai cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta. Va bene, la figura è bella e qualche volta piango, nelle commemorazioni. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo.

 

Guarderemo il seme Papà Cervi, l’ideale vivrà per sempre nelle nostre teste, nel nostro cuore, nel nostro agire, proveremo sempre ad essere all’altezza di tutte quelle donne e di tutti quegli uomini caduti per renderci liberi in un Paese libero.

 

IL CIRCOLO “PEPPINO IMPASTATO”

 

postato da: impastatoalatri alle ore 11:55 | link | commenti
categorie: pensieri
venerdì, 18 aprile 2008

Sabato a Firenze...

PUBBLICHIAMO QUI DI SEGUITO UN'INTERVISTA A MARCO REVELLI

«Crisi verticale tra Sinistra e paese»

Intervista a Marco Revelli

 

Di Vittorio Bonanni

 

«Mi spiace che, proprio mentre ci sarà a Firenze l'assemblea della Sinistra, a Roma Rifondazione comunista abbia convocato uno dei suoi organismi dirigenti. Mi sembra un altro segno di cecità oltre a quelli che hanno contrassegnato questa vicenda nell'ultimo anno e mezzo». E' netto il parere di Marco Revelli sulla disattenzione dei dirigenti comunisti rispetto all'iniziativa di sabato nel capoluogo toscano, quando ci sarà il previsto incontro post-elettorale, voluto con forza da uno dei principali sostenitori di una nuova forza politica di sinistra, lo storico inglese, toscano di adozione, Paul Ginsborg. Nello stesso giorno e anche domenica il principale partito del cartello elettorale uscito sconfitto dalle urne ha infatti convocato d'urgenza il comitato politico nazionale per fare il punto di una situazione drammatica. Per il sociologo torinese questo è il segno inequivocabile di un ulteriore scollamento tra ceto politico e società.

 

Prima la società, l'elettorato, i movimenti e poi il partito?

Premetto che tutti hanno il diritto e il dovere di fare i conti in casa propria, con se stessi, con la propria identità, con i propri meriti, i propri demeriti e i propri errori. Mi sarei però aspettato di fronte ad un terremoto di questo tipo che per prima cosa i gruppi dirigenti che hanno condotto questa campagna elettorale per una volta si presentassero nudi ai propri elettori, senza reti, senza mura intorno, senza diaframmi, e non in un confronto orizzontale fra le loro diverse componenti ma con la loro gente. Credo che questo avrebbe dovuto essere preliminare a qualsiasi confronto interno. Il fatto che non sia stato fatto mi conferma sulla malattia profonda e grave, per certi versi mortale, che li ha colpiti e che non gli ha permesso di cogliere l'ondata di entusiasmo, di forza e di energia che era venuta dalla manifestazione del 20 ottobre. Non gli ha permesso di ascoltare gli allarmi profondi sullo scollamento con il proprio elettorato e la propria area di simpatizzanti verificatosi in questi due anni. Un male che li ha fatti andare avanti come dei treni, formando poi delle liste calate dall'alto sui territori con un disprezzo pesante di chi sta nei territori. Devo dire che tutti questi vizi, dai segnali che percepisco, li vedi riprodotti nel dopo. Lo dico in modo accorato e con una vena di disperazione.

 

C'è anche il rischio di una resa dei conti interna...

E si aggiungerebbe catastrofe a catastrofe. Perché non c'è una parte dei gruppi dirigenti che ha ragione e un'altra che ha torto. Non c'è qualcuno che se fosse stato ascoltato avrebbe vinto e qualcosa che ha portato alla sconfitta. C'è una crisi verticale di rapporto tra le forze politiche della sinistra e il paese e un deficit di comprensione del paese che può essere colmato solo riaprendo la comunicazione tra alto e basso, tra territorio e politica. Insomma bisogna porsi il problema di tornare a capire questa società, perché se ne è persa davvero la chiave di comprensione. Così come si tratta di ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione.

 

Veniamo invece all'assemblea di Firenze. Da lì che messaggio potrà arrivare?

Credo intanto che sarà una straordinaria occasione d'incontro, per non consumare in solitudine questa svolta radicale, non solo nella vicenda della Sinistra l'Arcobaleno, ma nel sistema politico italiano. Siamo ormai entrati in una dimensione inedita del nostro sistema politico estremamente pericolosa in cui è importante che se ne facciano carico non solo i diretti interessati, perché non è una questione privata che riguarda un'area politica o un gruppo dirigente. Per questo è fondamentale un confronto tra chi fa politica di professione e la propria gente. Non so che cosa potrà arrivare da

Firenze. Io so solo che c'è un rapporto che dovrebbe essere ristabilito e che lungo i percorsi che si intravedono non mi pare ancora avviato. E sempre da Firenze sarebbe potuto uscire un segnale di ascolto e di attenzione e di comprensione di una rotta da modificare. Se i segnali che arrivano dalle formazione politiche sono invece di continuità con ciò che ci ha portato al disastro temo che i percorsi tra chi si muove in basso e chi gestisce i partiti continueranno a divaricarsi.

 

 

postato da: impastatoalatri alle ore 11:23 | link | commenti
categorie: pensieri
giovedì, 17 aprile 2008

.. una serata di mezzo aprile...e l'alba successiva.

sea (6)

 

Quello che mi spinge a scrivere è un sentimento profondo, radicato nel cuore del  circolo Peppino Impastato all’indomani delle fatidiche elezioni di quest’aprile  fatto di piogge e rasserenamenti  della sera, cui l’arcobaleno risorge sempre maestoso,  che non abbatte a tal punto i nostri ideali , da condurci nel baratro.

L’Italia ha votato, ormai, ed ha privilegiato il cavaliere con tutti i vecchi e nuovi  alleati, abbiamo ascoltato l’incessante incorrere di frasi ripetute all’ossesso “ il PD ha sfondato a sinistra e non più al centro” oppure  “ … ormai la Lega è la pars che difende i lavoratori non più solo del nord … “  e cosi via. Abbiamo colto il sorrisino compiaciuto dei partiti nostri avversari , nel vederci  atterrati da una debacle storica, oppure battute di comici come Crozza ( nulla in contrario, per carità, anzi … ) del tipo “ Veltroni, verrà eletto capo della CIA, nel giro di qualche mese, ha debellato i comunisti. Eppure, tornando seri, dopo 62 anni un rappresentante della sinistra non è  in parlamento. 

Molti mali non vengono per nuocere, si dice;  si è scelto o Veltroni o Berlusconi , per non disperdere i voti e permettere la governabilità del paese, noi invece le nostre responsabilità ce le accolliamo tutte; non siamo fautori di un regime dittatoriale, come qualcuno tende a presentarci, ne pazzi demagoghi che aizzano i ceti medio-bassi a dare alle fiamme le proprietà dei potenti e poi atteggiarci a rivoluzionari.

Siamo fautori di un ideale che ha una sua storia, in Italia e in tutti i paesi dell’ occidente europeo, un partito che ha  vinto battaglie di piazza sempre teso alla risoluzione di questioni sociali serie; ci facciamo assertori  di un principio nobilissimo, che oserei dichiarare di alta paternità  gesuana e dunque comunista, che è l’impegno a riportare al passo con il resto della moltitudine, chi è rimasto indietro nella società; siamo quelli che difendono il diritto al lavoro dell’uomo per il vivere dignitoso; siamo quelli che non fanno discriminazioni né razziali o sessuali o patrimoniali; siamo quelli che cercano un aiuto reale da dare alla gente senza mosse d’effetto, come invece alcuni gruppi di destra hanno fatto nel distribuire pane gratuitamente, risultando così altamente offensivi, verso al popolazione; siamo quelli che pretendono cultura, conoscenza, informazione, iterazione culturale e crescita, ma abbiamo fatto degli errori, ce ne assumiamo la responsabilità e ripartiamo ancora più convinti, chiedendo scusa a chi si è sentito tradito dal nostro partito assicurando l’impegno di non deluderlo mai più e precisando che da uomini, le sconfitte insegnano a vivere.

 Il circolo Peppino Impastato  di Alatri, resta attivo nella sua offerta politica, sociale e culturale nel territorio cogliendo  l’occasione di ringraziare i suoi elettori comunque e sempre, c’è tanto da fare e costruire insieme , siamo aperti qualsiasi nuova idea o proposta. In nome di quel Dio di tutti un saluto, e a presto.

 

           Giovanni De Santis.

 

postato da: impastatoalatri alle ore 12:03 | link | commenti (21)
categorie: pensieri
venerdì, 11 aprile 2008

iniziamo a cambiare la politica: un voto per Marco.

Se abitassimo a Ferentino noi voterremmo Marco Maddalena.

Perchè? Semplice. Marco vive la politica con passione, con testa, cuore e competenza.

E' un vero rivoluzionario. Infatti non "parla delle rivoluzioni" ma realizza qualcosa di più difficile: unisce il "dire" al "fare", perchè pensa che tra questi due termini, entrati in contraddizione per responsabilita dell'attuale pratica politica, sequastrata dagli "arruffa popolo", ci sia spazio per un agire consapevole, etico e responsabile. Capace di ridare centralità alla questione  morale e di valorizzare lo spazio pubblico e la democrazia, intesa come sviluppo delle libere relazioni e "cura" della pubblica felicità.

Se abitassimo a Ferentino noi voterremmo per Marco Maddalena perchè vive, con l'esempio della sua biografia, la responsabilità di una "scelta di parte" contro l'arroganza dei "poteri forti" che vorrebbero  continuare a cementificare il territorio della bella città di Ferentino.

Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè al possibile scempio dell'aeroporto civile di Frosinone-Ferentino per voli low cost propone la creazione di un polo universitario specializzato in scienze ambientali, la valorizzazione del centro storico, la difesa dell'ambiente.

Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè il suo "fare politica" ha la bellezza di tutti i colori dell'Arcobaleno: libero dagli interessi personali, libero dal condizionamento degli interessi privati dei poteri economici locali, libero dalle "architetture politicistiche" del ceto politico e degli apparati.

Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè alla mercificazione dell'ambiente e dei beni comuni preferisce la ripubblicizzazione del ciclo delle acque e la raccolta differenziata.

Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè, insieme lui, intorno ad un tavolo, abbiamo parlato e condiviso l'esigenza di una alternativa di società, costituita da persone libere ed uguali, unite nella relazione sociale da un vincolo di fratellanza e solidarietà.

Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè vuole una società liberata dalla precarietà, dal razzismo, dall'esclusione sociale, dalle gerarchie, dalle nuove forme di fascismo.

Noi, purtroppo, domenica non voteremo a Ferentino ma, siamo sicuri che insieme a Marco costruiremo una società più bella per i nostri figli. Dove il lavoro non sarà una merce, dove gli operai e le operaie lavorerranno 8 ore e torneranno a casa senza morire nei cantieri e nelle fabbriche d'Italia, dove i migranti saranno accolti con un sorriso e la mafia sarà sconfitta.

Pensiamo, anche noi, che C'è una città che vuole cambiare e crediamo che ha la possibilità di farlo: il 13 e il 14 aprile a Ferentino l'unico voto utile è per la Sinistra l'Arcobaleno con Marco Maddalena candidato alla carica di sindaco.

Fabio Nardoni e Tommaso Santoro

       

    

postato da: impastatoalatri alle ore 11:51 | link | commenti (1)
categorie: campagne
giovedì, 10 aprile 2008

Una lettera di Fausto Bertinotti

APPELLO AGLI INDECISI

 

La campagna elettorale si è ormai consumata. In essa si sono sovrapposti due piani.

Il balletto insopportabile della politica separata, ridotta al confronto tra due soli contendenti che si assomigliano nel linguaggio e nelle proposte. E’ la pulsione neocentrista come esito della transizione irrisolta della crisi sociale, economica e politica. E’ l’esito su cui esplicitamente puntano i centri di comando dell’economia, della finanza, dell’informazione e dei poteri forti. Una camicia di forza sull’intero sistema politico per rendere le istituzioni impermeabili alle istanze sociali e al conflitto democratico.

Realizzare questo esito comporta l’eliminazione definitiva di quella che è stata chiamata l’anomalia italiana, ovvero la presenza di una sinistra politica, sociale, del mondo del lavoro, radicata nella società, rappresentata nelle istituzioni, influente nelle assemblee elettive.

Solo così si può comprendere l’apparente paradosso di una crisi, esplosa nel ventre molle del centro moderato e pagata, invece, con una rottura con la sinistra.

Si vuole arrivare allo splash down: la cancellazione della sinistra come strumento per la normalizzazione del caso italiano. Un obiettivo di fase che sta dentro un processo di americanizzazione di più lunga lena di cui va colta l’ispirazione di fondo: il conflitto di classe è ineliminabile ma ad esso può essere cancellata la rappresentanza politica e negata la politicità. Esso può esprimersi anche in forme radicali e diffuse ma senza che possa avere la capacità di scalare il livello della proposta generale di cambiamento. Esso va, quindi, sterilizzato dal punto di vista della possibilità di incisione nelle scelte di società.

C’è stata un’altra campagna elettorale, quella che abbiamo vissuto come Sinistra L’Arcobaleno, fatta di mille incontri, dibattiti, comizi. La campagna elettorale vissuta come l’aggiornamento dell’inchiesta sullo stato del Paese reale.

Questa ci restituisce l’immagine di un Paese sospeso tra ansia di cambiamento e sfiducia. Due facce anche qui che si sovrappongono. Nulla è semplice o può essere semplificato: questa rappresentazione doppia è dentro il corpo vivo e ferito del popolo della sinistra.

Non possiamo rivolgerci a questo popolo senza una autocritica sul tempo breve della crisi e sul processo di lungo respiro della ricostruzione della sinistra.

Non possiamo rivolgerci ad esso senza un bilancio di verità sui due anni di governo in cui la sinistra ha assunto ruoli importanti di responsabilità di governo e istituzionale.

Nei fatti, è stata smentita l’idea della permeabilità di quel governo da parte dei movimenti. Esso è stato assai più permeabile ai poteri forti che ne hanno condizionato le scelte attraverso la penetrazione dentro le principali forze che lo sostenevano: sulla redistribuzione del reddito, sulla lotta alla precarietà, sull’estensione dei diritti civili e così via. Così è ripiombato nella logica dei due tempi.

Abbiamo colto il senso di quell’esito.

La Sinistra si presenta autonomamente alle elezioni. Non è una condizione a tempo. Sarà autonoma ugualmente dopo il voto.

Al popolo di sinistra, ci rivolgiamo con l’avvio di un nuovo processo di aggregazione.

Il progetto che la sinistra italiana presenta alla prova elettorale, ovvero la Sinistra L’Arcobaleno, è quello necessario. Ma non è ancora sufficiente.

La questione decisiva si ripropone e chiama in causa la capacità di tutti e di ognuno, a partire dai gruppi dirigenti degli attuali partiti, di mettersi in discussione dentro un processo partecipativo. Il vero punto di applicazione del processo unitario è, quindi, quello di aprirsi alla partecipazione, di cessare di essere vissuto come elemento proprietario dei partiti che chiamano associazioni e singoli ma non li rendono protagonisti a pari titolo.

Concludo con due argomenti che sono anche l’assunzione di una responsabilità solenne.

La sinistra italiana ha una grande tradizione: dalla storia del Partito Comunista, alle esperienze socialiste e alle altre forze della sinistra politica che hanno fatto la storia e costruito la democrazia di questo Paese, alle organizzazioni del lavoro e del conflitto di classe, a quella sinistra sociale e dei

movimenti che ha innervato il tessuto partecipativo più attivo, a quelle culture politiche di trasformazione, dal femminismo, all’ambientalismo critico, al pacifismo che sono fondative della nuova sinistra.

Il movimento altermondialista, la sua domanda di un altro mondo possibile, ne hanno riaperto la strada per il futuro. Ci vuole il nostro, il vostro concorso perché si concretizzi, perché si riprenda il cammino. Ci vogliono sentimenti caldi, passione, emozione. Dobbiamo metterli in opera.

Non si illudano: l’anomalia del caso italiano non sarà cancellata. Questo è il voto utile che chiediamo a tutte le donne e gli uomini di sinistra.

Qualsiasi esito del voto, non metterà in discussione il processo unitario in atto.

Abbiamo la forza di innovarci e cambiare per reggere la sfida di oggi, invertendo il processo di divisione e frantumazione. La Sinistra L’Arcobaleno è questo progetto, non è l’espediente per l’oggi ma l’investimento per il futuro.

Il 15 aprile parte il processo costituente della nuova sinistra.

 

Fausto Bertinotti

postato da: impastatoalatri alle ore 08:43 | link | commenti (3)
categorie: campagne
lunedì, 07 aprile 2008

Perchè votare La Sinistra

Io voterò "La Sinistra". Sembrerebbe scontato: lo afferma uno che è iscritto a Rifondazione... pensa un po'! Invece tanto scontato non è.
Per due motivi. Il primo: a detta di molti, sembra che votare sinistra sia sinonimo di votare Berlusconi. Niente di più falso: Berlusconi (ne sono sicuro) perderà voti in favore degli "ex alleati" e del Partito Democratico. Il risultato non è poi molto certo. E poi non si può votare contro, ma per qualcosa, per qualcuno (anzi, per qualcuno no... ora è impossibile), per un'idea.
Il secondo: io non mi sento rappresentato nè dai Verdi nè da Diliberto. Ma non mi sbilancio qui perchè non mi sembra il caso.
Dunque... perchè votare Sinistra?
Perchè non mi va giù... non mi va giù che un certo modo di pensare il mondo, un certo modo di pensare l'Italia scompaia in favore di chi non pensa ad altro che al proprio interesse: perchè non mi va giù che si perdano i valori della solidarietà e dell'uguaglianza in nome del profitto. Non mi va giù un futuro bicolore. Due colori sbiaditi ma molto simili. Due bandiere che si spartiscono il controllo delle banche e del denaro in nome di due differenti gruppi di interessi. Io non voglio che questo accada. Che poi lo faccia Berlusconi o Veltroni poco mi interessa (che poi preferisca il secondo al primo per ragioni quantomeno di prossimità e, se vogliamo, di rispetto della legalità... questo è un altro discorso). E poi perchè credo che la sinistra debba continuare ad esistere. Chè ha ancora un ruolo questa sinistra. Un ruolo di controllo. Un ruolo di spinta. Un ruolo di rappresentanza. Deve rappresentare le istanze dei più deboli, che una volta erano gli operai e che oggi sono i precari, e di tutte quelle persone che non hanno voce per farsi sentire. Deve spingere gli investimenti verso il lavoro e non verso la finanza che crea soldi inesistenti in tasca a chi detiene il potere. Non deve permettere che i diritti civili vengano calpestati in nome di una ragion di Stato (Pontificio) che dovrebbe essere defunta da quasi due secoli. Deve soprattutto esigere che esistano prospettive, che esista il lavoro, che esista uno stato sociale. Che le possibilità siano le stesse per tutti.
In democrazia un voto per la Sinistra non è un voto perso, quantomeno per chi vuole che una parvenza di democrazia sopravviva in questo Paese alla deriva.
I nostri valori delle origini erano talmente grandi che ancora oggi farebbero breccia su milioni di persone. Non continuiamo a derivare su strade ormai consumate. Non chiamiamolo comunismo, socialismo... non chiamiamola rivoluzione (ma voi vi siete mai immaginati in piazza col fucile sotto il braccio? Ma siamo seri...). Chiamiamola Sinistra. Facciamola la nostra piccola rivoluzione culturale: torniamo al ruolo che ci compete, torniamo ai nostri valori e a rappresentarli attivamente.
Un voto per la Sinistra è un voto per la speranza di un futuro per il nostro Paese. Un futuro che può apparire lontano ma che poi così lontano non è.
Antonio Coletta
postato da: impastatoalatri alle ore 20:55 | link | commenti (4)
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