Quando alcune sere fà mi sono trovato davanti ad un Gaber straripante che in teatro interpretava questo stupendo testo, ho capito sino in fondo la sconfitta del 13 e 14 aprile. Una sconfitta durissima, figlia della più imprevista delle cause per un partito di sinistra, quella cioè di non saper vedere, ascoltare e capire la società. Nel testo di Gaber, che ripropongo qui di seguito, proprio la conoscenza della società e delle persone è l'elemento qualificante che lo ha reso immortale. In quelle parole, ne sono certo, ci si riconoscono molte generazioni di militanti, di compagni, di semplici simpatizzanti di sinistra, ma, e questo è un altro elemento importante, anche chi non si riconosce affatto nel testo di Gaber, non può non riconoscerne una descrizione reale e veritiera della società che Gaber canta. Ora che tutto è da fare, ora che tutto è incerto, vorrei capire e poter dire con la stessa sicurezza, qualcuno è di sinistra...perchè...c'è bisogno di tornare a sognare e non finire come il comunista di questa canzone.
qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché: "La storia è dalla nostra parte!".
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia - il proletariato - la lotta di classe. Facile no?
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era comunista perché: "Viva Marx, viva Lienin, Viva Mao Zetung".
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava sempre RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il "materialismo dialettico" per il "Vangelo secondo Lienin".
Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani "ipotetici".
E ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.
Questo post è la premessa del libro “I miei sette figli” di Alcide Cervi, abbiamo deciso di lasciarlo in modo integrale senza tagli, risulterà un po’ lungo, ma lascerà ad ogni lettore il senso e l’altissimo valore morale e sociale del significato della testimonianza.
Ora che i protagonisti di quella generazione di eroi partigiani e combattenti ci consegna il testimone, sta a noi tentare il difficile compito della ri-testimonianza, se ne saremo capaci
VIVA
VIVA IL 25 APRILE!
VIVA
“Perché ho deciso di raccontare”.
Tu, Alcide Cervi, scrivi un libro? Io non ci ho mai pensato, a questo. Né avrei potuto farlo. Quando l’anno scorso andai a Genova, al Congresso dei partigiani, una madre mi abbracciò e mi disse: papà Cervi, anche a me hanno ammazzato il figlio. Era l’unico figlio. Ma che è uno, per te che ne hai perduti sette? Io le alzai il viso dalla spalla mia e dissi: – Tu ne avevi uno, e quello ti hanno preso. Io ne avevo sette, e sette me ne hanno presi. È lo stesso. Non c’è diversità. E che differenza c’è con la bambina Clara Cecchini, di Valla, che le hanno ucciso padre e madre? Aveva solo quell’amore, e gliel’hanno tolto. Era di otto anni, allora, e vennero i tedeschi a casa sua e dissero ai famigliari che uscissero sotto il pergolato, si mettessero bene in fila, ché gli volevano fare la fotografia. La bambina si assestò i capelli, e volle dare la mano alla madre, in fila con gli altri. I tedeschi con una sventagliata di mitra li massacrarono tutti. E lei, Clara, restò solo ferita, ma non si mosse vicino al padre e alla madre morti, e restò lì come un cadaverino finché non vennero i partigiani. E che paragone c’è con la madre di
Guarderemo il seme Papà Cervi, l’ideale vivrà per sempre nelle nostre teste, nel nostro cuore, nel nostro agire, proveremo sempre ad essere all’altezza di tutte quelle donne e di tutti quegli uomini caduti per renderci liberi in un Paese libero.
IL CIRCOLO “PEPPINO IMPASTATO”
PUBBLICHIAMO QUI DI SEGUITO UN'INTERVISTA A MARCO REVELLI
«Crisi verticale tra Sinistra e paese»
Intervista a Marco Revelli
Di Vittorio Bonanni
«Mi spiace che, proprio mentre ci sarà a Firenze l'assemblea della Sinistra, a Roma Rifondazione comunista abbia convocato uno dei suoi organismi dirigenti. Mi sembra un altro segno di cecità oltre a quelli che hanno contrassegnato questa vicenda nell'ultimo anno e mezzo». E' netto il parere di Marco Revelli sulla disattenzione dei dirigenti comunisti rispetto all'iniziativa di sabato nel capoluogo toscano, quando ci sarà il previsto incontro post-elettorale, voluto con forza da uno dei principali sostenitori di una nuova forza politica di sinistra, lo storico inglese, toscano di adozione, Paul Ginsborg. Nello stesso giorno e anche domenica il principale partito del cartello elettorale uscito sconfitto dalle urne ha infatti convocato d'urgenza il comitato politico nazionale per fare il punto di una situazione drammatica. Per il sociologo torinese questo è il segno inequivocabile di un ulteriore scollamento tra ceto politico e società.
Prima la società, l'elettorato, i movimenti e poi il partito?
Premetto che tutti hanno il diritto e il dovere di fare i conti in casa propria, con se stessi, con la propria identità, con i propri meriti, i propri demeriti e i propri errori. Mi sarei però aspettato di fronte ad un terremoto di questo tipo che per prima cosa i gruppi dirigenti che hanno condotto questa campagna elettorale per una volta si presentassero nudi ai propri elettori, senza reti, senza mura intorno, senza diaframmi, e non in un confronto orizzontale fra le loro diverse componenti ma con la loro gente. Credo che questo avrebbe dovuto essere preliminare a qualsiasi confronto interno. Il fatto che non sia stato fatto mi conferma sulla malattia profonda e grave, per certi versi mortale, che li ha colpiti e che non gli ha permesso di cogliere l'ondata di entusiasmo, di forza e di energia che era venuta dalla manifestazione del 20 ottobre. Non gli ha permesso di ascoltare gli allarmi profondi sullo scollamento con il proprio elettorato e la propria area di simpatizzanti verificatosi in questi due anni. Un male che li ha fatti andare avanti come dei treni, formando poi delle liste calate dall'alto sui territori con un disprezzo pesante di chi sta nei territori. Devo dire che tutti questi vizi, dai segnali che percepisco, li vedi riprodotti nel dopo. Lo dico in modo accorato e con una vena di disperazione.
C'è anche il rischio di una resa dei conti interna...
E si aggiungerebbe catastrofe a catastrofe. Perché non c'è una parte dei gruppi dirigenti che ha ragione e un'altra che ha torto. Non c'è qualcuno che se fosse stato ascoltato avrebbe vinto e qualcosa che ha portato alla sconfitta. C'è una crisi verticale di rapporto tra le forze politiche della sinistra e il paese e un deficit di comprensione del paese che può essere colmato solo riaprendo la comunicazione tra alto e basso, tra territorio e politica. Insomma bisogna porsi il problema di tornare a capire questa società, perché se ne è persa davvero la chiave di comprensione. Così come si tratta di ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione.
Veniamo invece all'assemblea di Firenze. Da lì che messaggio potrà arrivare?
Credo intanto che sarà una straordinaria occasione d'incontro, per non consumare in solitudine questa svolta radicale, non solo nella vicenda della Sinistra l'Arcobaleno, ma nel sistema politico italiano. Siamo ormai entrati in una dimensione inedita del nostro sistema politico estremamente pericolosa in cui è importante che se ne facciano carico non solo i diretti interessati, perché non è una questione privata che riguarda un'area politica o un gruppo dirigente. Per questo è fondamentale un confronto tra chi fa politica di professione e la propria gente. Non so che cosa potrà arrivare da
Firenze. Io so solo che c'è un rapporto che dovrebbe essere ristabilito e che lungo i percorsi che si intravedono non mi pare ancora avviato. E sempre da Firenze sarebbe potuto uscire un segnale di ascolto e di attenzione e di comprensione di una rotta da modificare. Se i segnali che arrivano dalle formazione politiche sono invece di continuità con ciò che ci ha portato al disastro temo che i percorsi tra chi si muove in basso e chi gestisce i partiti continueranno a divaricarsi.

Quello che mi spinge a scrivere è un sentimento profondo, radicato nel cuore del circolo Peppino Impastato all’indomani delle fatidiche elezioni di quest’aprile fatto di piogge e rasserenamenti della sera, cui l’arcobaleno risorge sempre maestoso, che non abbatte a tal punto i nostri ideali , da condurci nel baratro.
L’Italia ha votato, ormai, ed ha privilegiato il cavaliere con tutti i vecchi e nuovi alleati, abbiamo ascoltato l’incessante incorrere di frasi ripetute all’ossesso “ il PD ha sfondato a sinistra e non più al centro” oppure “ … ormai la Lega è la pars che difende i lavoratori non più solo del nord … “ e cosi via. Abbiamo colto il sorrisino compiaciuto dei partiti nostri avversari , nel vederci atterrati da una debacle storica, oppure battute di comici come Crozza ( nulla in contrario, per carità, anzi … ) del tipo “ Veltroni, verrà eletto capo della CIA, nel giro di qualche mese, ha debellato i comunisti. Eppure, tornando seri, dopo 62 anni un rappresentante della sinistra non è in parlamento.
Molti mali non vengono per nuocere, si dice; si è scelto o Veltroni o Berlusconi , per non disperdere i voti e permettere la governabilità del paese, noi invece le nostre responsabilità ce le accolliamo tutte; non siamo fautori di un regime dittatoriale, come qualcuno tende a presentarci, ne pazzi demagoghi che aizzano i ceti medio-bassi a dare alle fiamme le proprietà dei potenti e poi atteggiarci a rivoluzionari.
Siamo fautori di un ideale che ha una sua storia, in Italia e in tutti i paesi dell’ occidente europeo, un partito che ha vinto battaglie di piazza sempre teso alla risoluzione di questioni sociali serie; ci facciamo assertori di un principio nobilissimo, che oserei dichiarare di alta paternità gesuana e dunque comunista, che è l’impegno a riportare al passo con il resto della moltitudine, chi è rimasto indietro nella società; siamo quelli che difendono il diritto al lavoro dell’uomo per il vivere dignitoso; siamo quelli che non fanno discriminazioni né razziali o sessuali o patrimoniali; siamo quelli che cercano un aiuto reale da dare alla gente senza mosse d’effetto, come invece alcuni gruppi di destra hanno fatto nel distribuire pane gratuitamente, risultando così altamente offensivi, verso al popolazione; siamo quelli che pretendono cultura, conoscenza, informazione, iterazione culturale e crescita, ma abbiamo fatto degli errori, ce ne assumiamo la responsabilità e ripartiamo ancora più convinti, chiedendo scusa a chi si è sentito tradito dal nostro partito assicurando l’impegno di non deluderlo mai più e precisando che da uomini, le sconfitte insegnano a vivere.
Il circolo Peppino Impastato di Alatri, resta attivo nella sua offerta politica, sociale e culturale nel territorio cogliendo l’occasione di ringraziare i suoi elettori comunque e sempre, c’è tanto da fare e costruire insieme , siamo aperti qualsiasi nuova idea o proposta. In nome di quel Dio di tutti un saluto, e a presto.
Giovanni De Santis.
Se abitassimo a Ferentino noi voterremmo Marco Maddalena.
Perchè? Semplice. Marco vive la politica con passione, con testa, cuore e competenza.
E' un vero rivoluzionario. Infatti non "parla delle rivoluzioni" ma realizza qualcosa di più difficile: unisce il "dire" al "fare", perchè pensa che tra questi due termini, entrati in contraddizione per responsabilita dell'attuale pratica politica, sequastrata dagli "arruffa popolo", ci sia spazio per un agire consapevole, etico e responsabile. Capace di ridare centralità alla questione morale e di valorizzare lo spazio pubblico e la democrazia, intesa come sviluppo delle libere relazioni e "cura" della pubblica felicità.
Se abitassimo a Ferentino noi voterremmo per Marco Maddalena perchè vive, con l'esempio della sua biografia, la responsabilità di una "scelta di parte" contro l'arroganza dei "poteri forti" che vorrebbero continuare a cementificare il territorio della bella città di Ferentino.
Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè al possibile scempio dell'aeroporto civile di Frosinone-Ferentino per voli low cost propone la creazione di un polo universitario specializzato in scienze ambientali, la valorizzazione del centro storico, la difesa dell'ambiente.
Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè il suo "fare politica" ha la bellezza di tutti i colori dell'Arcobaleno: libero dagli interessi personali, libero dal condizionamento degli interessi privati dei poteri economici locali, libero dalle "architetture politicistiche" del ceto politico e degli apparati.
Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè alla mercificazione dell'ambiente e dei beni comuni preferisce la ripubblicizzazione del ciclo delle acque e la raccolta differenziata.
Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè, insieme lui, intorno ad un tavolo, abbiamo parlato e condiviso l'esigenza di una alternativa di società, costituita da persone libere ed uguali, unite nella relazione sociale da un vincolo di fratellanza e solidarietà.
Se abitassimo a Ferentino noi voteremmo per Marco Maddalena perchè vuole una società liberata dalla precarietà, dal razzismo, dall'esclusione sociale, dalle gerarchie, dalle nuove forme di fascismo.
Noi, purtroppo, domenica non voteremo a Ferentino ma, siamo sicuri che insieme a Marco costruiremo una società più bella per i nostri figli. Dove il lavoro non sarà una merce, dove gli operai e le operaie lavorerranno 8 ore e torneranno a casa senza morire nei cantieri e nelle fabbriche d'Italia, dove i migranti saranno accolti con un sorriso e la mafia sarà sconfitta.
Pensiamo, anche noi, che C'è una città che vuole cambiare e crediamo che ha la possibilità di farlo: il 13 e il 14 aprile a Ferentino l'unico voto utile è per la Sinistra l'Arcobaleno con Marco Maddalena candidato alla carica di sindaco.
Fabio Nardoni e Tommaso Santoro
APPELLO AGLI INDECISI
La campagna elettorale si è ormai consumata. In essa si sono sovrapposti due piani.
Il balletto insopportabile della politica separata, ridotta al confronto tra due soli contendenti che si assomigliano nel linguaggio e nelle proposte. E’ la pulsione neocentrista come esito della transizione irrisolta della crisi sociale, economica e politica. E’ l’esito su cui esplicitamente puntano i centri di comando dell’economia, della finanza, dell’informazione e dei poteri forti. Una camicia di forza sull’intero sistema politico per rendere le istituzioni impermeabili alle istanze sociali e al conflitto democratico.
Realizzare questo esito comporta l’eliminazione definitiva di quella che è stata chiamata l’anomalia italiana, ovvero la presenza di una sinistra politica, sociale, del mondo del lavoro, radicata nella società, rappresentata nelle istituzioni, influente nelle assemblee elettive.
Solo così si può comprendere l’apparente paradosso di una crisi, esplosa nel ventre molle del centro moderato e pagata, invece, con una rottura con la sinistra.
Si vuole arrivare allo splash down: la cancellazione della sinistra come strumento per la normalizzazione del caso italiano. Un obiettivo di fase che sta dentro un processo di americanizzazione di più lunga lena di cui va colta l’ispirazione di fondo: il conflitto di classe è ineliminabile ma ad esso può essere cancellata la rappresentanza politica e negata la politicità. Esso può esprimersi anche in forme radicali e diffuse ma senza che possa avere la capacità di scalare il livello della proposta generale di cambiamento. Esso va, quindi, sterilizzato dal punto di vista della possibilità di incisione nelle scelte di società.
C’è stata un’altra campagna elettorale, quella che abbiamo vissuto come Sinistra L’Arcobaleno, fatta di mille incontri, dibattiti, comizi. La campagna elettorale vissuta come l’aggiornamento dell’inchiesta sullo stato del Paese reale.
Questa ci restituisce l’immagine di un Paese sospeso tra ansia di cambiamento e sfiducia. Due facce anche qui che si sovrappongono. Nulla è semplice o può essere semplificato: questa rappresentazione doppia è dentro il corpo vivo e ferito del popolo della sinistra.
Non possiamo rivolgerci a questo popolo senza una autocritica sul tempo breve della crisi e sul processo di lungo respiro della ricostruzione della sinistra.
Non possiamo rivolgerci ad esso senza un bilancio di verità sui due anni di governo in cui la sinistra ha assunto ruoli importanti di responsabilità di governo e istituzionale.
Nei fatti, è stata smentita l’idea della permeabilità di quel governo da parte dei movimenti. Esso è stato assai più permeabile ai poteri forti che ne hanno condizionato le scelte attraverso la penetrazione dentro le principali forze che lo sostenevano: sulla redistribuzione del reddito, sulla lotta alla precarietà, sull’estensione dei diritti civili e così via. Così è ripiombato nella logica dei due tempi.
Abbiamo colto il senso di quell’esito.
Al popolo di sinistra, ci rivolgiamo con l’avvio di un nuovo processo di aggregazione.
Il progetto che la sinistra italiana presenta alla prova elettorale, ovvero
La questione decisiva si ripropone e chiama in causa la capacità di tutti e di ognuno, a partire dai gruppi dirigenti degli attuali partiti, di mettersi in discussione dentro un processo partecipativo. Il vero punto di applicazione del processo unitario è, quindi, quello di aprirsi alla partecipazione, di cessare di essere vissuto come elemento proprietario dei partiti che chiamano associazioni e singoli ma non li rendono protagonisti a pari titolo.
Concludo con due argomenti che sono anche l’assunzione di una responsabilità solenne.
La sinistra italiana ha una grande tradizione: dalla storia del Partito Comunista, alle esperienze socialiste e alle altre forze della sinistra politica che hanno fatto la storia e costruito la democrazia di questo Paese, alle organizzazioni del lavoro e del conflitto di classe, a quella sinistra sociale e dei
movimenti che ha innervato il tessuto partecipativo più attivo, a quelle culture politiche di trasformazione, dal femminismo, all’ambientalismo critico, al pacifismo che sono fondative della nuova sinistra.
Il movimento altermondialista, la sua domanda di un altro mondo possibile, ne hanno riaperto la strada per il futuro. Ci vuole il nostro, il vostro concorso perché si concretizzi, perché si riprenda il cammino. Ci vogliono sentimenti caldi, passione, emozione. Dobbiamo metterli in opera.
Non si illudano: l’anomalia del caso italiano non sarà cancellata. Questo è il voto utile che chiediamo a tutte le donne e gli uomini di sinistra.
Qualsiasi esito del voto, non metterà in discussione il processo unitario in atto.
Abbiamo la forza di innovarci e cambiare per reggere la sfida di oggi, invertendo il processo di divisione e frantumazione.
Il 15 aprile parte il processo costituente della nuova sinistra.
Fausto Bertinotti