....essi sempre umili,
essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli...
(Pier Paolo Pasolini)
Alcuni compagni di Collepardo ci hanno segnalato l'ultimo numero de "IL PUNTO", rivista d'informazione del gruppo “Idea Collepardo” con capogruppo Biagio Cacciola.
Sono rimasto letteralmente sconcertato dal razzismo presente nelle pagine del giornalino: ci sono articoli esclusivamente contro il sindaco Venturi e contro i rumeni.
Il problema serio è che se ne parla nello stesso modo, ovvero vengono categorizzati a priori i rumeni come avversari.
Potrebbe essere anche legittimo screditare un nemico politico, in quanto egli potrebbe sempre controbattere e rispondere alle critiche che gli sono poste. Gettare del fango contro chi ha come unica colpa l'essere venuto qua, serve solo a trovare facili consensi. E, come in questo caso, un migrante non ha mai l'opportunità per difendersi. Inoltre… chi dice che un migrante è un nemico?
Purtroppo, già dal suo arrivo, un rumeno è stigmatizzato come un “deviante” e successivamente criminalizzato, nella maggior parte dei casi senza aver commesso reato alcuno.
In un discorso sui fenomeni migratori, per prima cosa, occorre ribadire che il tasso di criminalità non è collegato con il numero dei migranti presenti in uno Stato, in quanto la criminalità non è insita nel DNA delle persone.
Non si posso costruire analisi statistiche tra due variabili che non hanno punti in comune. Non si nasce criminali, è la società che stigmatizza chi devia. Inoltre, solo nello spicciolo senso comune devianza e criminalità rappresentano la stessa cosa.
In questo modo si costruiscono solo pregiudizi, ad esempio quando "IL PUNTO" dice che "I ROMENI CI SFOTTONO..... 600000 persone di cui
Oggi è provato che, in Italia, basta avere un buon avvocato per ottenere almeno gli arresti domiciliari, per reati diversi dall'omicidio. Purtroppo, quando non si hanno i denari per pagare degli avvocati almeno decenti, è difficile possedere anche un domicilio...
Inoltre, nel parlare di migrazioni rumene si compie un grossolano errore di definizione in quanto non si possono considerare dei veri e propri flussi o migrazioni etniche: non è l'intera popolazione che emigra bensì la singola persona che effettua una rottura con la società d'appartenenza. E' un processo individuale: parlare di popolazioni che invadono "il paese della cuccagna" è sinonimo di ignoranza e d'inciviltà.
Purtroppo, stiamo vivendo un periodo dove la nostra classe politica cerca di trovare facili consensi nella gente con argomenti bomba di grande impatto che provocano solo scalpore.
Di certo, nell'età della globalizzazione, è assurdo concepire ancora la propria nazione come la "NOSTRA", le nazioni degli altri, invece, come possibili terre di conquista (i primi industriali in Romania sono italiani).
Concludo nel dire che tutte queste mie accortezze nell’analisi, IL PUNTO non le usa minimamente, trattando un argomento delicato come il fenomeno migratorio con superficialità ed ignoranza, come se si discutesse dentro un bar, tra una birra ed una partita a biliardino.
I molti migranti che abitano nella nostra zona stanno riuscendo perfettamente ad integrarsi nelle varie società di accoglienza anche a scapito dei loro usi e costumi.
Il loro è un sacrificio molto grande: IL PUNTO offende solo tali sforzi.
Non mi sorprende che quando c'è il richiamo alla sicurezza (altro argomento tanto caro alla stampa odierna) si parli in toni accesi del pericolo di trovare una Mucca o un cavallo per le strade ASFALTATE che collegano le frazioni del paese. Questo pericolo è più che lecito averlo se si vive in un paese situato all'interno di una catena montuosa, che dovrebbe fare del pre-appennino la sua ricchezza principale.
Vogliamo stare più sicuri? Chiudete questo giornale che il mondo non ne ha bisogno...
Francesco Colazingari
Responsabile per l'ambiente e l'informazione

Solo il 39 per cento dei contratti a termine è legato a reali esigenze dovute al ciclo economico o al tipo di produzione. Prevale nelle imprese invece l’intenzione di ridurre il costo del lavoro e la valutazione del costo-opportunità legato alla possibilità di licenziare. Per l’83 per cento dei lavoratori con “scadenza” non è una scelta volontaria. L’anticipazione dell’indagine Plus dell’Isfol su 40 mila persone
di FEDERICO PACE
Non ci sono i cicli economici a giustificare la gran parte dei contratti a tempo che gli italiani sono costretti ad accettare come pegno per accedere al primo girone del mercato del lavoro. Non ci sono i picchi di produzione e le commesse che arrivano e poi scompaiono a spiegare il perché i giovani, le donne e gli over 50 sono costretti a non rifiutare un’offerta di lavoro a tempo pur di salire su quel primo gradino che sta distante dalla cittadella, sempre più piccola e disabitata, del lavoro a tempo indeterminato. Sì, perché le esigenze di flessibilità produttive e organizzative spiegano solo una parte minoritaria del ricorso delle imprese ai contratti atipici.
I risultati sono contenuti nell’anticipazione del rapporto Plus dell’Isfol presentata oggi e che nella sua completezza verrà pubblicata ai primi dell’anno prossimo e realizzata su un campione di 40 mila individui. Ma vediamoli i motivi che giustificano i contratti atipici. Solo il 17 per cento dei contratti temporanei è legato a lavoro stagionale o a picchi di produttività. C’è poi un altro 12 per cento collegato a un progetto a commessa e infine un altro 10 per cento legato alla sostituzione di personale temporaneamente assente.
E allora, perché tutto questo ricorso ai contratti atipici? E allora, perché utilizzare nuovi contratti di lavoro se non ci sono esigenze di flessibilità produttiva? Per la gran parte dei casi, dicono gli autori del rapporto, “la scelta di fare assunzioni temporanee” sembra “sia dovuta alla tendenza di ridurre il costo del lavoro e il costo-opportunità legato alla possibilità di licenziare”.
Il fenomeno, si sa, non è relegato a piccoli numeri. Riguarda infatti il 24 per cento dei giovani, il 12 per cento di chi risiede nel Mezzogiorno e il 13 per cento delle donne con un impiego. E quasi la metà dei contratti atipici è stata già rinnovata almeno una volta “avvalorando – spiegano gli autori dell’indagine – per queste posizioni il ricorso sistematico ad un fattore lavoro flessibile”. L’indagine ribadisce che la gran parte degli occupati a termine (l’83 per cento) vive non volontariamente “la condizione di non stabilità derivante dal contratto”.
Nell’indagine di approfondimento del lavoro atipico ci sono però anche elementi che introducono qualche speranza. La metà delle persone intervistate reputa infatti possibile “migrare” verso un contratto a tempo indeterminato. Ma sono soprattutto gli elementi di non volontarietà a colpire. Anche il lavoro interinale è una scelta obbligata per la gran parte delle persone. Il 76 per cento degli intervistati lo ha accettato come ripiego e solo una parte minoritaria (il 18 per cento) lo sceglie per accadere in seguito ad una condizione di impiego a tempo indeterminato. Anche per loro si registra l’iterazione del contratto (nel 58,4 per cento dei casi). Per gli “interinali” la speranza di passare a una condizione più stabile è molto bassa: solo un quarto lo ritiene possibile.
Anche per i collaboratori sembra permanere un uso distorto delle tipologie contrattuali. Anche quest’anno infatti molti di loro sono soggetti a vincoli tipici dei dipendenti: il 78,5 per cento lavora per un solo committente, il 64,32 per cento deve garantire la presenza regolare presso la sede dell’impresa, il 60,3 per cento ha un orario giornaliero, l’85,3 per cento usa mezzi, strumenti e strutture del datore e il 61,7 per cento ha rinnovato la collaborazione almeno una volta.
Potete scaricare l'indagine dell'Isfol relativa al 2007 citata nell'articolo.
Il circolo di Rifondazione Comunista “Peppino Impastato” di Alatri chiude la sua campagna tesseramento mercoledì 5 dicembre 2007 alle ore 18, offrendo un aperitivo presso il locale “Re di Coppe” in via dell’Acropoli. Cogliendo l’occasione, il Circolo presenterà un documento (già distribuito nei mercati cittadini) che elenca una serie di progetti per un’Alatri migliore, su cui lavorare e discutere, perché siamo convinti che un’altra Alatri sia possibile. Al termine di un anno che ha visto il nostro circolo particolarmente attivo, chiediamo ai nostri simpatizzanti, a chi ha a cuore il suo futuro e quello di Alatri, a chi non si è riconosciuto nel processo di costituzione del Partito democratico, di incontrarsi con noi per parlare ed aiutarci a tracciare un percorso da seguire, possibilmente insieme.